l'Unita' del 19/10/2005
Il caso calabrese
Chi alimenta la 'Ndrangheta
Enzo Ciconte
La 'ndrangheta che ha agito a Locri quando ha ucciso Francesco Fortugno non ha niente di arretrato o di arcaico, è una mafia forte che lancia una sfida alla politica calabrese e allo Stato. C'è in gioco la signoria del territorio, del comando. Chi deve governare la Calabria? Il potere delle istituzioni o quello della 'ndrangheta? Questo è il cuore della sfida che ha lanciato chi ha armato la mano del killer. Già! Chi l'ha armata? È pensabile che un omicidio così plateale sia stato ordinato solo a Locri da una qualche famiglia locale? O non si deve pensare a un concorso di più volontà da parte di quegli uomini che compongono la struttura di comando delle 'ndrine che è stata formata dopo la pace siglata nel 1991 che aveva concluso una guerra che era durata un lustro e che aveva lasciato sulle strade quasi un migliaio di morti?
Nella 'ndrangheta non c'è la commissione provinciale, ma una struttura più agile che si riunisce per decidere cose importanti che riguardano tutta l'organizzazione. Chi ha deciso quell'omicidio - al di là della motivazione immediata legata alla sanità locale - ha scommesso sulla debolezza della risposta dello Stato. Toccherà allo Stato attrezzare una nuova qualità della risposta che sia all'altezza della sfida lanciata. I giovani della locride hanno cominciato a reagire.
Sarebbe un imperdonabile errore lasciarli soli. La risposta deve essere diversa da quella del passato e deve essere legata alla comprensione della natura della criminalità mafiosa calabrese.
Nella storia plurisecolare delle mafie italiane la 'ndrangheta è stata la più sottostimata e la più sottovalutata. La responsabilità di ciò risale a tanto tempo fa. Storici, sociologi, giornalisti, intellettuali hanno inizialmente studiato la camorra poi, a partire dai primi decenni dopo l'unità d'Italia, lo studio della mafia catturò l'interesse di tutti. Sono innumerevoli i libri che si occupano della mafia siciliana seguiti da quelli che si occupano di camorra. Quelli che trattano di ‘ndrangheta si contano al massimo sulle punta delle dita di due mani.
La Calabria è stata considerata come una regione arretrata, culturalmente chiusa, con tratti di inspiegabile primitivismo. Le sue grandi, splendide montagne - la Sila e l'Aspromonte - evocano idee di selvatichezza ed arcaicità legate come sono all'epopea grandiosa ma disperata e dolorosa del brigantaggio o a quella più recente, e per niente eroica, dei sequestri di persona con il loro carico di dolore. La criminalità che era il prodotto di quelle terre non poteva che essere selvaggia, violenta, crudele, e gli uomini che ne facevano parte dovevano essere orridi, spietati, ignoranti. Così hanno ragionato in molti. La Calabria è in fondo allo stivale, terra lontana che politicamente e socialmente ha pesato molto di meno a fronte della Sicilia e della Campania. I mafiosi calabresi sembravano un po' incomprensibili, intestarditi com'erano a usare i vecchi codici, a rispettare i rituali di affiliazione e a costruire la loro struttura organizzata attorno alla famiglia naturale del capobastone. Intellettuali di vaglia ritenevano ciò come la prova migliore dei residui di arretratezza; gli stessi mafiosi siciliani, come ricordava Buscetta, irridevano i calabresi per questa loro testardaggine. Chi da lontano guardava alla ‘ndrangheta la riteneva una mafia locale, un sottoprodotto criminale, una filiazione della mafia siciliana. Insomma, ad una Calabria dallo scarso peso politico e sociale corrispondeva l'immagine di una mafia di basso profilo.
Questa idea sulla mafia calabrese è circolata per un lungo periodo storico, circola ancora oggi ed è dura a morire. Pochi magistrati e intellettuali l'hanno contrastata. Nonostante tutto quello che è successo sono ancora molti quelli che stentano a credere che nella criminalità operante in Lombardia, in Piemonte, in Liguria, in Valle d'Aosta, nel Lazio, in Emilia-Romagna la ‘ndrangheta sia l'organizzazione prevalente e dominante; o che essa sia riuscita a soppiantare cosa nostra nei traffici di droga arricchendosi enormemente. Quando la bufera dei collaboratori squassò Cosa nostra, la ‘ndrangheta ne rimase al riparo proprio per la struttura familiare che ne reggeva l'impianto organizzativo. Quella modalità di affiliazione considerata arretrata e folcloristica aveva funzionato come un formidabile scudo protettivo. La ‘ndrangheta è rimasta fedele alle sue origini - legata al territorio, con struttura familiare - ma ha saputo trasformarsi e rinnovarsi.
Continuità e trasformazione: ecco il segreto. Ed è qui che bisogna colpirla usando, tra gli altri strumenti, la cultura e la confisca dei beni.